Il termine responsabilità deriva dal latino respònsus, rispondere, ossia, in un significato filosofico generale, impegnarsi a rispondere, a qualcuno o a se stessi, delle proprie azioni e delle conseguenze che ne derivano.

Responsabilità Sociale in pratica: il disagio

Dopo aver affrontato il tema della doppia solitudine sociale, oggi ci soffermiamo sul tema della Responsabilità Sociale in pratica.

Per riflettere e insegnare a riflettere sempre meglio, da qualche tempo ci stiamo occupando di come applicare la responsabilità sociale in pratica, quando si lavora per aiutare e sostenere chi vive in condizioni di disagio. Si tratta, oggi, di un disagio che si allarga a fasce di popolazione sempre più ampie e meno preparate a queste situazioni, e che vengono invece sempre più estromesse dai sistemi di welfare di questo paese. Così come si tratta anche di un disagio degli stessi sistemi di welfare, pubblici e/o semipubblici, obsoleti e sempre più accartocciati in situazioni complicate, che tendono a complicarsi sempre più, invece di trovare una soluzione idonea a rispondere ai bisogni.

Responsabilità Sociale in pratica: le difficoltà

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Responsabilità Sociale in pratica

Per promuovere e gestire percorsi di aiuto a chi ha bisogno, è necessario assumersi delle Responsabilità non indifferenti, che spesso sono di un livello ancora più alto, perché diventa sempre più difficile stabilire quali sono le conseguenze che derivano dalle azioni responsabilmente messe in atto. Di questo, ne fanno le spese non solo i più deboli, ma sempre di più anche gli operatori, che ogni giorno tentano di tagliare questa nebbia, assumendosi responsabilità anche improprie, credendole uniche vie possibili nel caos in cui viviamo e gestiamo i servizi.

Responsabilità Sociale in pratica: tutti responsabili

Per gli operatori sociali in genere, e per gli Assistenti Sociali in particolare, la responsabilità è strettamente connessa alla natura della professione, e al suo potere di favorire o impedire il cambiamento nella vita delle persone e delle comunità. Lo stesso vale sia per chi assume incarichi politici (si parla di benessere della comunità anche quando si tratta di politica), sia per tutti noi adulti/cittadini, che siamo e dobbiamo essere sempre responsabili delle azioni che compiamo. Come mai questi livelli di responsabilità sociale nota a tutti non producono benessere? Certo l’azione politica diretta è la principale responsabile di quanto stiamo vivendo, ma anche chi indirettamente favorisce il protrarsi di queste incognite, aiuta a mantenere in vita un sistema che langue.

Responsabilità Sociale in pratica: il carico di lavoro

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Responsabilità Sociale in pratica

Tutti sanno, per esempio, che gli Assistenti Sociali devono operare assumendosi un adeguato carico di lavoro e che, come previsto dal codice deontologico, sono anche sanzionabili fino al punto di perdere il proprio posto, nel caso di danni pesanti, eventualmente cagionati e rilevati. Si sa che tutto ciò è obbligatorio, al fine di poter concretamente sostenere chi ha bisogno con tutte le risorse necessarie a giungere all’obiettivo previsto, eppure non c’è un solo professionista che non dica ogni giorno, ormai da anni, che non ha tempo, che corre troppo e non è in grado di fare tutto, come per esempio avere uno spazio per riflettere e studiare o anche solo per documentare quanto realizzato, al fine poi di valutare e riprogrammare.

Responsabilità Sociale in pratica: molti problemi

Per non parlare dei tanti problemi pratici, come:

1. I servizi sociali assediati da cittadini che chiedono aiuto e sono molto arrabbiati perché non trovano risposta.

2. Gli appalti dei servizi sociali, da parte degli enti locali, che nascondono solo contratti di prestazioni di manodopera (vietate in Italia), ma che, non potendo più assumere per legge, e dovendo sempre per legge, gestire questo servizio, sono costretti a fare anche questo.

3. Gli assistenti sociali prestati dalle cooperative sociali, che forniscono personale come se fossero un’agenzia interinale, pagando tra l’altro circa 1000 euro al mese, del personale specializzato che va a lavorare vicino a colleghi, dipendenti diretti dell’ente pubblico, che lavorano 36 ore e guadagnano almeno 300 euro in più al mese.

Di chi è la responsabilità per tutto questo?

Andremmo troppo in là se proseguissimo, fermiamoci qui. C’è abbastanza materiale che ci fa capire che qualcosa non va e qualcosa da fare c’è senz’altro, cominciando per esempio ad assumersi la responsabilità di dichiarare, dimostrare, contestare e proporre soluzioni a queste situazioni, a tutti i livelli: da cittadino, da operatore, da politico.
II coraggio di agire responsabilmente, rispondendo a qualcuno e a se stessi, di quanto si fa: ecco cosa serve!

Sabrina Paola Banzato
Dott.ssa Ass. Sociale e Sociologa della salute