La riflessione di oggi è legata alla solitudine dei servizi sociali, una doppia solitudine sociale, sia sul fronte operativo che di chi ne ha bisogno. Sono entrambi lasciati soli e paradossalmente alla fine sono gli stessi operatori dei servizi che si trovano a lasciar sola la loro utenza. Solitudine della politica e solitudine del sistema, solitudine di chi è già solo e ha bisogno di tutto questo. Conosciamo bene questa doppia solitudine sociale tanto che le nostre riflessioni professionali nel merito sono ormai quotidiane.

Doppia solitudine sociale: il taglio economico

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Una delle ragioni di questa doppia solitudine sociale è legata ai finanziamenti. I servizi subiscono tagli economici di ogni genere ormai da anni, gli ultimi sono addirittura inaccettabili: pensate che nella Regione Marche (solo per fare un esempio) il budget sulle politiche sociali per il 2015 è stato ridotto di oltre 30 milioni di euro. Ora il nuovo presidente regionale sta cercando di rimediare ma ha già annunciato che non avrà certamente tutti questi soldi da ripristinare. Intanto si cerca di rimediare nei comuni, che a sua volta subiscono tagli statali enormi (e ancora ne subiranno) e spesso agiscono proprio su questo fronte.

Doppia solitudine sociale: il de-potenziamento dei servizi

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I servizi però non hanno subito solo questi tagli, sono stati anche fortemente depotenziati in termini di risorse umane (sia in ambito pubblico che privato) e quindi, come si suol dire, “gli operatori rimasti corrono”. Ma ormai sono sfiniti, non riescono e non seguono più ogni percorso di aiuto con le dovute attenzioni e quindi celebrano alla fine “la morte dei servizi” per “mancanza di fiato”. Siamo soffocati e soffochiamo anche l’utenza e a volte, inconsapevolmente, la lasciamo così sola, da costringerla a rivolgersi ai legali e in genere agli studi privati (noi liberi professionisti di questo ne sappiamo qualcosa!). Questo ovviamente lo fa chi riesce e può, ma sappiamo che molti non sono in grado e così vivono aggravando ulteriormente la situazione che poi, spesso ripresa di nuovo dai servizi, è ormai giudicata in stato di “gravità”, o sostiene addirittura i numerosi atti di violenza o di suicidio o ancora di criminalità, di cui si sente sempre più parlare. Ragazzini uccisi brutalmente da altri ragazzini, suicidi a giovane età, depressioni croniche ad età impensabili con tanto di aggravio sanitario. E potrei continuare.

Le risposte standardizzate non aiutano

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La continua ricerca di standardizzazione delle risposte sociali (che passa dall’uso di strumenti di accesso rigidi, fino a strumenti di autogestione come i voucher) certo non aiuta chi ha bisogno, aiuta solo le organizzazioni di un sistema che ha necessità di rispondere anche quando non ce la fa, perché ha poche risorse, sia economiche che umane. Tutto questo è rimasto per anni residuale in ogni politica, nazionale e locale, quasi fosse possibile dimenticare o spesso pensando che si potesse ancora lasciare che le famiglie e i nuclei in genere potessero risolvere tutto senza i servizi. Ma anche la famiglia ormai è finita nella sua accezione di un tempo, è stanca, stressata e non ha più risorse. I nonni lavorano per aiutare i figli (altro che fare i baby-sitter) e soprattutto sempre di più non ci sono, perché lontani o malati.

Torniamo sul campo

Vorremmo poter dire in conclusione, che la via per superare il tutto sia ormai aperta, ma abbiamo ricevuto e continuiamo a ricevere tante richieste causate da questa doppia solitudine sociale, con cui dobbiamo tutti cominciare a fare i conti, a tutti i livelli. Gli operatori per primi devono cominciare a lasciare la scrivania del cosiddetto “sportello” e ritrovare spazi per affiancare le persone che hanno bisogno, stando sul terreno di battaglia loro, con loro, a casa loro e per loro, per poi riportare nei giusti tavoli il disagio e le possibili proposte risolutive. Non sono i soldi mancanti che ci liberano da questa doppia solitudine sociale (anche se danno una grande mano), ma sono le azioni di politica sociale e di servizio che possono riaprire la strada. Che parta allora chi sta sul fronte ogni giorno, noi ci siamo.

Sabrina Paola Banzato
Dott.ssa Ass. Sociale e Sociologa della salute