Sabrina Paola Banzato

In tempi davvero non sospetti quando ancora il Web era appena nato in Italia ebbi la fortuna di avvicinarmi e compresi velocemente che il mondo stava cambiando. Erano gli anni che portavano al famoso anno 2000, una tappa importante nella storia dell’umanità, un tempo nuovo nel quale cambiando il modo di comunicare l’uomo sarebbe diventato più libero e il sapere si sarebbe diffuso offrendo nuove possibilità di azione ad una massa molto più ampia di popolazione. Risorse in più da conoscere e condividere, relazioni in più utili alla nostra vita, apertura di confini ormai non più fisici, abbattimento del concetto di tempo per come lo avevamo conosciuto, cambio totale di numerosi paradigmi: relazioni, lavoro, produzione, commercio, … Insomma perché no anche del lavoro dell’Assistente Sociale. Lavoravo solo da una decina d’anni ma il mondo professionale così configurato mi risultava un po’ stretto, o meglio ri-stretto, dentro confini non proprio consoni a quanto ci veniva richiesto di fare.

Il web faceva al caso nostro secondo me, era la scoperta di mondi nuovi che potevano o no confermare che l’esigenza di allargare i confini era di tanti e ovunque, e come era così finalmente possibile.

Già allora qualcuno si era preoccupato di questioni legate all’identità sociale perché molti servizi web offrivano l’opportunità di cambiarsi, per es., “i connotati web”. Io che lavoravo allora nel mondo della disabilità mi avvicinai anche a questi aspetti più profondi ed emozionanti perché in stretta relazione con la vita delle persone. Potete immaginare cosa poteva voler dire per un ragazzo disabile poter avere una relazione online. Ovviamente mi occupai anche di quanto questi strumenti potessero essere di ausilio ad un sostanziale miglioramento dei problemi di comunicazione di chi viveva questo disagio. Studiai tantissimo, e ne fui travolta.

Quante cose si potevano fare? Quanti strumenti e opportunità avevamo noi ass. sociali grazie al Web. Avevamo anche tra noi la possibilità di informarci e di formarci velocemente e sui più disparati temi, di scambiarci notizie fondamentali e molto altro. Potevamo addirittura pensare di fare consulenza sociale online!

Risultati immagini per sils sistema informativoNello stesso periodo capii anche che tutte le informazioni che ci servivano come professionisti potevano essere raccolte e sistematizzate in un sistema che poteva girare online e mi occupai di ricercare, strutturare e diffondere quanto insieme a molti altri professionisti avevamo pensato e creato. Realizzai così nel 2003 SILS, credo il primo sistema informativo del lavoro sociale web-based in Italia basato sul “processo di aiuto” e non sul profilo anagrafico (www.cartellasociale.it ).

Sinceramente mi capivano in pochi ma io andai avanti perché era importantissimo, ci scrissi anche una tesi magistrale nel 2010 e ancora a distanza di quasi 20 anni trovo un mondo che si interroga su questo, come se non fosse mai stato fatto nulla.

Anni ed anni trascorsi cercando di far passare il messaggio che il web era ed è una grande risorsa professionale che aiuta noi professionisti ad aiutare chi chiede aiuto, ma ancora oggi non posso dire che si sia giunti all’obiettivo e mi dispiace, anche perché ero convinta, nella mia giovane età, che fosse un pochino più semplice, che non ci fosse nulla da capire di così complicato, bastava formarsi all’utilizzo e concentrarsi sull’uso. Ma non fu così.

Siamo nel 2018, il mondo è completamente cambiato rispetto ad allora e certamente le tecnologie hanno fatto passi da gigante in tutti i campi, la sanità ora ha il robot in sala operatoria e i medici operano seduti dall’altra parte del mondo. La stragrande maggioranza dei cittadini è dotata di un computer piccolo piccolo… che sta nelle tasche: lo smartphone. I genitori lo comprano anche ai loro figli (purtroppo sempre più giovani) e anche se non ne comprendono le potenzialità in toto (nel bene e nel male) lo usano e lo lasciano usare così come viene, anzi direi secondo la spinta che chi produce i servizi web da ai suoi potenziali utilizzatori.

Il punto più importante è ormai noto a tutti: queste tecnologie della comunicazione così diffusa fanno bene o male? Ci hanno travolto a tutti i livelli e noi tutti siamo troppo spesso ignari di quanto accade perché sono così diffuse libere e travolgenti che dipendiamo sempre più da loro addirittura senza accorcegene.

Ecco 20 anni fa quando già studiavo e scrivevo di questo pensavo che, se non avessimo posto tante attenzione, saremmo tutti stati travolti anche professionalmente e così è stato purtroppo. Per molti anni i colleghi non ebbero neanche una casella mail o utilizzarono quella del marito o del figlio perché non ne comprendevano l’importanza, oggi sono obbligati ad avere anche la casella PEC, lo dice il Ministero della Giustizia a chi è iscritto ad un albo.

 

Quanti però hanno davvero padronanza di questi strumenti?

Quanti comprendono veramente il buono e il cattivo padroneggiandoli? Eppure nessun professionista della salute dovrebbe essere meno aggiornato in questo campo di chi si occupa di aiuto perché con questi strumenti si può migliorare la salute delle persone oppure addirittura distruggerla. E qui potremmo fare un oceano di esempi, siamo già addirittura arrivati ai minori che vedendo video su Youtube a 14 anni si suicidano e i genitori ignari che conoscono il figlio in un modo completamente diverso da quanto si è rivelato in finale, purtroppo.

E’ chiaro che ciò dipende dal sistema sociale in cui viviamo e da tutta una serie di riflessioni che ci farebbero scrivere per ore, ma oggi chi lavora nelle relazioni di aiuto può non essere profondamente preparato in questo campo? pensate che anche l’utilizzo del computer a pieno regime è ancora tanto lontano dall’essere una competenza di base da considerarsi “normale”, non è da molto infatti che l’ass. sociale ha un computer e anzi ancora c’è chi non ce l’ha.

Nell’era in cui l’identità delle persone assume una forma virtuale tutta sua ci si è posti il problema per chi un pochino naviga, se è il caso o no che l’AS abbia un profilo sui socialnetwork e di che tipo, ma la risposta non ce la siamo data. Ci si è chiesti se e come è possibile utilizzare il web per diffondere e comunicare professionalmente, ma la risposta non ce la siamo data, ecc. Non esistono regole e quindi gli stessi utenti oggi cercano i professionisti dei servizi sul web e gli scrivono in privato superando ogni confine e ogni regolamento di “presa in carico”.

E quindi ci si chiede: possiamo prendere in carico in questo modo, oppure no? quando o come?

Abbiamo messo nei siti web le e-mail del servizio sociale pubblico e poi se ci scrivono gli utenti non sappiamo spesso come trattare queste richieste, tanto più se sono “proteste”, come purtroppo troppe volte accade nei servizi pubblici che sono sempre più assediati da queste scellerate politiche pubbliche.

E ancora: abbiamo noi professionisti la possibilità di verificare sul web cosa fanno i nostri utenti?

spesso loro e i loro figli rendono pubblica sui socialnetwork la loro vita e potremmo e anzi dovremmo certamente essere capaci di leggere con loro ma anche di accompagnarli a comprendere cosa questo significa o possa significare per loro e per i loro figli.

Quanti sono davvero pronti a tutto questo?

E pensare che nel frattempo nel mondo grazie al web persino i sussidi economici e i sistemi per calcolarli diventano obsoleti perché le persone si sono organizzate attraverso il cosiddetto share online e quindi si creano sistemi per scambiarsi qualsiasi cosa come formazione e lavoretti con sistemi gratuiti o a corresponsione a punti ecc., la macchina si scambia con blablacar ecc., ma addirittura il cibo si porta a domicilio con un sistema gratuito sul web e persino la lavatrice si scambia tra vicinato arrivando a socializzare nei modi più incredibili.

Come afferma Jeremy Rifkin, nella sharing economy il possesso lascia il posto all’accesso, venditori e compratori sono sostituiti da fornitori e utenti, i prosumer prendono il posto di possessori e lavoratori, il capitale sociale diventa importante quanto il capitale di mercato. Un nuovo paradigma economico trasformerà la società, e ci spingerà a ripensare i nostri concetti di libertà, potere e identità.

E potremmo continuare perché le riflessioni sono tantissime e ogni giorno più impellenti.

La salute delle persone che la comunità professionale degli AS deve salvaguardare, accompagnando le persone a recuperare o sviluppare risorse idonee a dare riposte ai loro disagi sociali non può più prescindere ormai da tempo da un pensiero operativo coerente e condiviso su come le tecnologie della comunicazione impattano o potrebbero impattare e su come quindi si possano utilizzare. Non possiamo occuparcene solo quando siamo obbligati a compilare una raccolta dati online su sistemi regionali istituzionali blindati, oppure quando dobbiamo per forza occuparci di cyberbullismo con tanto di etichetta, o di false identità virtuali dei figli dei nostri utenti solo perché ce lo raccontano ma non essendo noi a valutarlo, e via dicendo.

Dobbiamo occuparci di questa dimensione della salute in termini di lavoro sociale di cura con tanto di paradigmi di riferimento e metodi declinati e declinabili, deontologia ed etica condivisa nonché sempre formati ed aggiornati.