Peggiorano nel Paese la condizione e il numero di chi ha bisogno di aiuto, ma anche di chi aiuta. Fare l’Assistente Sociale, che fatica!

Mentre il paese inconsapevole sembra votato a soffrire e ad aumentare la sua sofferenza, in una condizione di recessione e di povertà davvero inimmaginabile alcuni anni fa, la persona che dovrebbe aiutare chi sta male, sta quasi peggio: Assistente Sociale, che fatica!

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credit: blog.libero.it

Assistente Sociale, che fatica: etica e risorse

Esiste un’etica del professionista ma esiste anche un’etica delle organizzazioni e del sistema sociale o meglio dovrebbe esistere. Invece in questo “bel Paese”, al numero di persone in cerca di aiuto corrisponde, in modo inversamente proporzionale, un numero sempre minore di personale e di servizi o risorse in grado di sostenerle. Nella stessa misura aumenta anche l’altezza del muro che divide il cittadino dai servizi pubblici, con l’utilizzo sproporzionato e strumentale dell’ISEE che la fa da padrone.

Che cosa c’è di etico e di civile in un’organizzazione che, invece di andare incontro alle persone che hanno fame e non hanno casa e neanche molto altro, chiede loro di fare una domanda di sussidio cartaceo, in genere a un Assistente Sociale, presso un cosiddetto “sportello sociale” (un nome già di per sé emblematico per capire il senso della distanza)?

Non solo: il servizio addirittura si premura di precisare che per avere accesso alle risorse previste (sempre pochissime), serve l’ISEE e in special modo con un valore di massima con il quale, chiunque altro, se non abitasse in Italia, sarebbe già morto di fame e se non lo è, i motivi sono altri, ovviamente.

Si è arrivati addirittura a chiedere la compartecipazione alla spesa dei servizi. Solo un esempio: l’assistenza domiciliare educativa per bambini disabili, che avrebbero il diritto di imparare come tutti, sfiora in alcuni luoghi i 18 euro orari, con ISEE dichiarato pari a 11.000,00 euro. Volete sapere la risposta di alcuni familiari? Ok me lo pago “in nero” l’educatore, costa solo 8 euro!

Assistente sociale, che fatica: condizioni precarie

Inoltre, molti colleghi Assistenti Sociali dipendenti pubblici, che “resistono” (proprio come i partigiani al fronte) a vessazioni, mobbing e condizioni di lavoro che non hanno nulla a che fare con quanto indicato dal Codice Deontologico, vengono addirittura “picchiati” (di poco tempo fa un episodio a Prato). Molti servizi sociali pubblici hanno la sorveglianza davanti alla porta o hanno messo cancellate chiuse a prova di forza, con campanelli da suonare per entrare e usceri che verificano chi entra.

L’età media degli operatori che lavorano ancora negli Enti pubblici, in condizioni davvero pesanti, viste le risorse inesistenti e quindi senza aiuti concreti, è dai 40 anni in su. Chi se ne va non è sostituito ormai da anni, chi sta male o va in maternità, lascia uffici vuoti con migliaia di procedimenti aperti sul tavolo, che spesso non vengono gestiti fino al suo rientro, come se i bisogni delle persone non esistessero. Tutti tollerano, persino i tribunali che gestiscono procedimenti di minori in affido, che nel frattempo diventano grandi senza aver visto la sacrosanta “libertà” prima di aver compiuto i 18 anni.

Per non parlare di chi, resistendo “al fronte”, deve anche essere il capro espiatorio di organizzazioni pubbliche, che hanno alla dirigenza, personale “specializzato nello stare dietro ai voti dei politici di turno”, non certo ai bisogni delle persone. Insulti e minacce di cittadini che non hanno ciò di cui hanno bisogno, rischiano di diventare la normalità. Gli operatori in genere non possono neanche difendersi e i dirigenti non si espongono. Magari poi dovremmo anche essere felici di andare a lavorare!

Assistente Sociale, che fatica: invertiamo la rotta

Chi oggi fa il Libero Professionista (sempre di più) incontra persone allo stremo delle forze, che chiedono addirittura di essere aiutate a gestire il loro rapporto con il servizio sociale pubblico. Credetemi non è raro, purtroppo è quasi ovunque la norma. Potremmo continuare, ma vorrei riportarvi in chiusura un post Facebook di una collega trasferitasi all’estero solo per farvi capire:

Sto facendo l’assistente sociale a ( ) . Qui non c’è bisogno di morire per fare questo lavoro. Il lavoro è territoriale, sempre e comunque, anche se ha vari livelli di specializzazione. Io sono sul territorio, nelle scuole, nei servizi sociali e ho i miei spazi professionali, il rituale del caffè con i colleghi, la supervisione, la formazione. Non è un’utopia. Non so cosa stanno facendo in Italia, ma vi assicuro che l’Italia è un’eccezione in Europa.

La mia risposta:

Il problema è l’Italia in totale declino, con molte persone ancora incredule e inconsapevoli… Il servizio Sociale è pesantemente colpito da questo disastro delle istituzioni pubbliche essendo in esso totalmente incardinato da sempre e mai considerato in questo ultimo decennio. Io per fare il mio lavoro opero (fortuna mia) anche a livello privato. Lì cerco di fare cultura del SS e mi prodigo in ogni modo per sostenere tutti. Speriamo che il vento cambi a breve perché siamo sfiniti!

Invertiamo la rotta prima che sia troppo tardi, facciamo tutti qualcosa, nessuno escluso.

Sabrina Paola Banzato
Dottore in Servizio Sociale e Sociologa della salute