La generazione di Michele 

“Poteva andare diversamente?” Ho provato ad aspettare qualche giorno prima di scrivere, per provare ad acquistare quel minimo di oggettività e lungimiranza che forse permette di scrivere sulle parole di un ragazzo morto suicida. Tutto inutile. Il tempo non è servito a niente. Troppa la rabbia derivata da un coinvolgimento personale nella tragedia che attraversa un’intera generazione se non due ormai… e quella domanda insistente… “poteva andare diversamente?”

Mi sento coinvolto due volte in questa morte. La prima è perché Michele aveva pochi anni meno di me e rappresenta tutti quelli che a trent’anni sono già vecchi per entrare nel mondo del lavoro; quella soglia oltrepassata in cui costi troppo per essere assunto, anche se sei uscito dall’università solo da pochi anni, e neanche sei riuscito a fare esperienza. La seconda ragione è che per tre anni, su mia progettazione, ho lavorato con gruppi di disoccupati al centro per l’impiego di Prato proprio affrontando quei temi che Michele ci racconta con una lucidità feroce.

La lucidità di Michele

Ho provato ad evidenziare le questioni sociologiche che Michele ci sbatte in faccia, raccogliendole in temi specifici, proponendole in un ordine che non rispetta quello della lettera, facendo attenzione a non travisarne il senso.Il primo tema preponderante è quello generazionale. Non siamo più di fronte ad uno scontro. La generazione dei trentenni non sente di avere partecipato alla costruzione di questa società e Michele dice che si trova a

dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata

in balia di qualcosa che appare indipendente dalla propria volontà.

“Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.” “Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito.”

Pone l’attenzione sulle precedenti generazioni

“Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato”.

Ma la completezza di questo ragionamento lo si ha nella frase successiva

“volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione.” “Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare.”

Michele appartiene a quella generazione nata con l’immaginario che i figli del boom economico hanno ereditato. Cresciuti con “studia e avrai una buona posizione sociale, avrai un buono stipendio, avrai una posizione come tuo  padre se non migliore”; e che invece si è trovata a muoversi tra le macerie di un’economia che in venti anni di benessere si è consumata come un fuoco di paglia. Questo è il tradimento che ci urla Michele, in cui le domande sottese sono: “cosa avete fatto?”, “cosa ci avete raccontato?”, “perché ci avete illuso prima ed accantonato senza darci neanche la possibilità di partecipare ad un possibile cambiamento?”, “perché la meritocrazia in questo paese non esiste?

“conta la praticità che non premia i talenti, insulta i sogni”,

dice lui, non conta avere buone idee, non conta niente… devi avere qualcuno che in un posto ti ci metta e soprattutto che tu sia mediocre quanto il contesto, perché non devi alterare gli equilibri pregessi, sennò salti pure.

Il secondo tema che Michele mostra è quello del “non senso”

“ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse”. “Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso”, “privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive”

Senza un lavoro, senza niente in cui credere,

“stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me)”

senza una relazione, in questa società significa essere senza identità. Non sono un marito, compagno, non sono riconosciuto come lavoratore, non sono un padre (perché senza un lavoro non puoi fare una famiglia), e allora chi sono?

“non sono mai esistito”,“privo di punti di riferimento”, “privo di identità”.

Lettera a Michele

Caro Michele con te è morta anche una parte di me e penso di ogni trentenne di questo paese. Ed il rammarico è che sembra non potesse andare diversamente, perché come te io non ho avuto possibilità di partecipare al cambiamento di questa follia insensata che mi circonda… nei laboratori che facevo al centro impiego con la scrittura terapeutica parlavamo proprio dell’identità dell’essere umano che doveva essere slegata dal concetto occidentale legato ai ruoli sociali, tentavamo di capire se era lecito avere una dignità di persone anche senza lavoro, se potevamo pensare di ricostruire delle logiche comunitarie in cui smettere di essere soli. Michele il mio corso l’hanno chiuso e ho parlato con tutti i dirigenti fino al sindaco e al vice sindaco per far capire che ci vogliono dei luoghi in cui tornare ad incontrarsi, in cui raccontare la propria storia, perché se hai una storia allora esisti, hai un’identità, una dignità per cui vale la pena di vivere; e la realtà è che non gliene è fregato un cazzo a nessuno di come ci si sente senza un’identità.

Solo una cosa non sei riuscito a capire Michele, per quanto tu abbia compreso che i parametri di questa società sono obsoleti, frutto di una società che non esiste più che è ormai solo un ricordo perso nelle memorie di un bambino… tu hai continuato a ragionare secondo questi, a crederli veri, unici, immutabili… e per questi parametri ti sei sacrificato.

Resta a noi ora il compito di intravedere la possibilità di mettere in discussione questi parametri, perché non vi siano più morti per mancanza di identità in una società che non agevola il suo raggiungimento.

“Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità.”

“Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza sì”

Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.

 

Leggi qui la lettera a Michele

Con questa lettera un trentenne friulano ha detto addio alla vita. Si è ucciso stanco del precariato professionale e accusa chi ha tradito la sua generazione, lasciandola senza prospettive. La lettera viene pubblicata per volontà dei genitori, perché questa denuncia non cada nel vuoto.

di Michele
Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi.

Ho cercato di essere una brava persona, ho commesso molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte.
Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.

Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia.
Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.

A quest’ultimo proposito, le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo.
Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive.
Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione.
Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare.

Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno.
Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie.
Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, io modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri.

Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.

Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene.

Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.

P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.

Ho resistito finché ho potuto.